
Maria Cristina Lombardo
Questa è la storia di due sponde. Una sponda ad est ed una ad ovest.
C’erano una volta (non bisogna immaginare di andare troppo indietro nel
tempo, perché questa storia ha avuto luogo pochi anni fa), alcuni vacanzieri
che, tra una passeggiata e l’altra sulla battigia, ogni tanto, doverosamente
si univano in lunghe catene umane, volte a scongiurare un tremendo ma “curioso”
evento, che avveniva a poche bracciate di distanza dalla loro effervescente
spiaggia. Poco più ad est, sulla sponda opposta alla loro, era in atto
una guerra per molti incomprensibile, e che, di fatto, sembrava essersi generata
dal nulla. Ma che di “guerra” ne aveva tutti i connotati. C’erano
infatti fosse comuni, bambini che morivano, e c’era finanche un serpentone
di “personcine” (quando si parla di profughi in genere si arriccia
il naso e ci si esprime con aria di sufficienza), che, scappando dai roghi della
propria terra (dalle proprie case, dalle proprie chiese, dai propri letti, dai
propri cessi…), facendo ressa alle porte di un mondo a loro sconosciuto,
la “vera Europa”, ne richiedevano le magiche chiavi per accedervi.
Sulla sponda ad est c’era la Jugoslavia; anzi, più precisamente
la ex-Jugoslavia, che tempo fa era un “paese” come la nostra Italia,
e allo stato attuale solo una confusa “entità geografica”.
Probabilmente, il nostro amato mare-fiume Adriatico, nel proprio perpetuo andirivieni,
e nel lambire prima una sponda e poi l’altra, si sarà interrogato
più volte sulle motivazioni di una simile diversità. Una tale
nettezza di confini, potrebbe riportarci a S. Agostino, sostenente l’assolutezza
del bene e del male, al “rosso” e al “nero” di Stendhal,
o anche ai due principi del tao che vanno a ricongiungersi nel cerchio magico.
O potrebbe farci pensare al regista bosniaco Emir Kusturica, che nel suo “Gatto
nero Gatto bianco”, definiva in maniera assoluta i contorni del “maschio”
e della “femmina”. Proprio a quest’ultimo volevamo arrivare,
e ai suoi film, pietre miliari del cinema balcanico, ma fuorviati in genere
dalla massa, perché additati di “pesantezza-lentezza”, o
di eccessivo impegno. E vogliamo parlare specialmente di “Underground”,
suo capolavoro, uscito nel ’95, in concomitanza con la fine della guerra
nella ex-Jugoslavia. Il film racconta di un’ indefinibile quantità
di persone (le “personcine” di cui si parlava in precedenza), costrette
a vivere per venti anni in uno scantinato e a costruire armi volte a difendere
la loro patria dal nemico. Non viene detto loro che la II guerra mondiale e
l’invasione tedesca della ex-Jugoslavia risale alla notte dei tempi, e
che alla luce del sole è in corso una nuova guerra, ancora più
terribile. Nonostante il tempo nel sottosuolo sia annullato, i suoi ospiti continuano
a vivere, a fare l’amore, a ridere, a piangere….Come nella vita
reale. Solo quando la terra che li ha inghiottiti per anni, li sputa fuori….
Solo allora comprendono di essere stati vittime di un universo propagandistico
e di fasulli valori. Kusturica ci parla della gente comune, dei buoni e dei
cattivi, di quegli “uomini-topo” , di quei “non eroi”
che sprofondano purtroppo anche nei libri di storia. “Underground”
è la storia della storia di una guerra, e di tante altre che purtroppo
ci saranno, o di tante altre che sono ancora in corso. Il tutto condito in una
luce genialmente grottesca, surreale, chagalliana, e soprattutto gitana. Nel
film si ride e si piange di continuo. Lasciamo ora che parli la didascalia con
cui si conclude il film, dedicata alla ex-Jugoslavia, a tutte le altre “non
patrie”, e all’esodo di migliaia di persone. “In questo posto
abbiamo costruito nuove case, con i tetti rossi ed i comignoli su cui faranno
i nidi le cicogne, e con le porte sempre aperte agli ospiti. Saremo grati alla
nuova terra che ci nutre ed al sole che riscalda, e ai campi fioriti che ci
ricordano i giardini della nostra patria. Con dolore, con tristezza e con gioia,
racconteremo ai nostri figli delle storie che cominciano come tutte le favole:
c’era una volta un paese…”